Decorazione e documento - Jacinto Lageira

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La proliferazione, all’interno di immagini e costruzioni disparate, di segni urbani, paesaggistici, naturali, seminaturali o completamente artificiali ha raggiunto nell’epoca della globalizzazione una tale saturazione che la si potrebbe assimilare a quel trionfo dell’ornamento che Adolf Loos considerava un delitto . Questa inondazione di immagini, forme, loghi, insegne, escrescenze architettoniche d’ogni genere, catapecchie miserevoli, ripari effimeri quanto i loro occupanti, è la realizzazione del delitto perfetto che consiste nell’ornare l’esistenza avvilendola con l’antiestetico, degradandola con il cattivo gusto, livellando tutto verso il basso. Il kitsch è lo standard cui tendono sia le megalopoli dei paesi emergenti o avanzati che i pacifici borghi delle nostre campagne. Nessun oggetto, costruzione, parco, o corso d’acqua sfugge più al disfacimento, al punto che sono ormai gli abitanti a essere divenuti gli ornamenti viventi di spazi ritenuti in grado di elevare la qualità della vita, mentre ospitano criminali la cui passione per la distruzione è divenuta una seconda natura. Se vi si presta attenzione si resta sconcertati di tutti i quotidiani e definitivi orrori progettuali fra i quali viviamo. Qui un’insegna, là un percorso pedonale, più oltre il restauro di un antico edificio, un arredo urbano o delle immense tubature in aperta campagna, tutto ciò è sicuramente funzionale, serve a tenere sotto controllo i costi della manodopera e dei materiali, ma non si capisce perché debba essere brutto, ripugnante, schifoso. Redditività e rapidità, efficienza e immediata “consumabilità” sono i principi che presiedono all’occupazione degli spazi, che ci si trovi a Lagos, Aleppo, Los Angeles, Bombay, Damasco o Roma, che i poveri stiano o meno a contatto con i ricchi, o addirittura ne infestino il territorio, proprio perché poveri, insinuandosi negli interstizi periurbani come un’erbaccia umana. Gran parte delle fotografie di Claire Chevrier parlano di questo, piuttosto che mostrarlo, rappresentarlo o svelarlo. Non era però sufficiente sistemarsi in un punto a caso per scoprire aspetti incongrui, inaspettati o sinistri; anche se non si tratta di immagini eccessivamente costruite, le inquadrature e la composizione sono chiaramente meditate e si mostrano come tali, come a raddoppiare l’effetto di uno sguardo concentrato sulle cose e sugli esseri, attestante la presenza di chi ha scattato le foto. Ma la realtà non è qualcosa di amorfo che attenda solo di essere captato nell’atto di fabbricazione dell’immagine.

Ecco uno degli elementi di interesse di queste fotografie tanto gradevoli e sorprendenti quanto inquietanti. Esse suscitano un graduale malessere e ciò che stimolava la nostra curiosità incredula – come l’immensa distesa verdeggiante in primo piano cui fa da sfondo una parte della città del Cairo, o le piccole capanne dagli strani tagli a Lagos – si rivela invece ansiogeno. Non vorremmo abitare e vivere in quei posti, anche quando si tratta di quartieri tranquilli, di edifici decorosi – almeno da quanto appare dalle fotografie – di luoghi così ordinari che non prestiamo alcuna attenzione alla violenza fisica e visiva che instaurano. Numerose fotografie di Claire Chevrier ci presentano quel “lato oscuro delle città” di cui parla l’architetto Christian de Portzamparc, un aspetto che ci affascina proprio in quanto tale. Siamo attratti dalla visione di cose e oggetti in completo abbandono perché li teniamo a distanza, non ne facciamo parte, non ne siamo assorbiti che in modo passeggero. Ammiriamo delle nuovissime costruzioni sorte dalla terra come fossero già rovine perché le contempliamo da un tempo e da un luogo che ci appaiono più solidi. Proprio perché ci sentiamo protetti fisicamente e psicologicamente riusciamo a discernere un qualche pregio nel deperimento, nello sfacelo, nel sordido.

L’“edificio verticale” di un quartiere di Mumbai, per come è stato fotografato da Claire Chevrier, ci appare di volta in volta come scenografia, dipinto, astrazione, schizzo architettonico o triste emblema di povertà. In strana risonanza con il “reale scenario” di Cinecittà, questa costruzione indiana – come alcuni altri luoghi fotografati – tende ad assumere le caratteristiche di uno spazio fittizio, non tanto a causa dell’intervento della fotografa quanto perché il mondo di chi vi vive è già concepito come artificioso, contraffatto, come scenografia di una vita messa in scena. Abbiamo l’impressione che anche quegli uomini, come il protagonista di The Truman Show (Peter Weir, 1998), prigioniero fin dalla nascita di un mastodontico scenario interamente progettato per lui a sua insaputa, vivano in una scenografia a scala umana o meglio a scala disumana. Distinzione irrilevante dato che essi non contano affatto, sono lì solo per decorare la progressione del sistema. Gli “accampamenti” nei pressi di Roma sono d’altronde percepiti dai turisti proprio come una sorta di scenografia giacché la loro autenticità è così grande da sembrare simulata. Il titolo di una delle serie di foto, “Lo spazio della rappresentazione”, sottolinea bene l’ambivalente interazione tra lo spazio rappresentato dalla fotografia e quello della rappresentazione ricomposto nell’immagine, il primo dei quali risulta accessibile allo spettatore solo attraverso questa configurazione. Risulta indeterminato lo scarto tra edifici, spazi, città e paesaggi organizzati essi stessi come delle immagini, già allestiti come rappresentazioni sociopolitiche, economiche, religiose, e la loro resa plastica (ma non estetizzante) da parte di Claire Chevrier che, a dispetto della difficoltà dell’impresa, ha saputo cogliere il momento della transizione dal rappresentato alla sua rappresentazione. I luoghi inventariati dalla fotografa tendono alla teatralità, ovvero alla drammatizzazione del reale, e traggono la propria forza di persuasione dalla loro più o meno grande capacità di auto-rappresentazione. Quella capacità – sfruttata splendidamente nel Rinascimento da Roma e Siena – che la megalopoli contemporanea ha trasformato in una vera e propria arte di massa, nel senso che le città come Mumbai, Hong Kong o Los Angeles plasmano in senso psicofisico le masse come fossero argilla – il sogno di tutte le dittature finalmente realizzato – in maniera pressoché meccanica, attraverso la strutturazione urbana.

La sovrabbondanza di immagini, forme, reti e circolazioni, destinata a svanire regolarmente a blocchi per continuare a sopravvivere e a crescere ancora, non è equiparabile che all’entropia che le è connessa. La banale constatazione della violenza urbana strutturata – concetto tra i più ambigui ma nondimeno realtà psicofisica – dall’architettura e da ciò che essa impone allo sguardo e ai movimenti dei corpi si ritrova in queste fotografie di Claire Chevrier, allo stesso tempo irreali e rivelatrici. Documenti meno veridici di quanto però si potrebbe pensare: il grado di realismo di qualsiasi fotografia va infatti giudicato con prudenza giacché ciò che si osserva non è appunto niente di più di una fotografia, un’immagine, il risultato di un’operazione formale e non la mera restituzione del soggetto rappresentato. La relativa bellezza o, almeno, la plasticità delle fotografie conserva nondimeno traccia delle esperienze concretamente avvenute e di quelle possibili negli ambiti raffigurati, la porzione di spazio-tempo che esse ci rivelano coincide d’altronde spesso con l’effettiva esperienza della teatralità di quei luoghi. E piuttosto coerentemente, data la quasi-realtà della rappresentazione, i vari “dietro le quinte” che ci mostra Claire Chevrier sono ancora e sempre scenografie, espandono l’irreale attraverso una moltiplicazione di dettagli, di elementi troppo veri per essere falsi. Tra il superbo pavimento di una cattedrale e il fondo di un’immensa falesia di pietra non si sa cosa sia in ultima analisi più vero, più verosimile o più scenografico. Tali luoghi hanno certo in comune il fatto di essere stati creati, ricomposti, modellati dal lavoro degli uomini, ma collocandoli nei medesimi spazi di rappresentazione Claire Chevrier stabilizza, per così dire, la plasticità del rappresentato, come se si potesse passare da un’immagine a un’altra in quanto immagine. Non che l’immagine sia falsa o si presenti come ingannevole. Essa si mostra semplicemente per quel che è: qualcosa di fabbricato, composto, organizzato. In questo senso l’immagine potrebbe riverberare qualche scaglia di realtà. Che si tratti di spazio rappresentato o di spazio di rappresentazione esso è sempre il risultato di un’organizzazione del reale, della nostra azione nel mondo, delle intenzioni pratiche che ci fanno esistere e, in ogni caso, ci inseriscono al suo interno.

Jacinto Lageira

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